Oropa le luci della speranza

Oropa: le luci della speranza – letture

Nella serata “Oropa: le luci della speranza“, il 5 dicembre 2020, abbiamo proposto un percorso attraverso la letteratura, la musica che ha segnato la ripresa del cammino verso la V Incoronazione.

Riproponiamo qui di seguito i testi di scrittori e poeti che in epoche diverse hanno saputo interpretare in modo universale sentimenti di paura, di speranza e di fede travalicando la contingenza del proprio momento storico per giungere fino a noi. Clicca qui per rivedere l’evento su You Tube

Eugenio Montale
Forse un mattino andando, da “Ossi di Seppia”

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Accompagnamento musicale: Maurice Ravel, Pavane pour une infante defunte

Giacomo Leopardi
Zibaldone 1819-1820

“Io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva come soffocare considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla”.

Giacomo Leopardi
Lettera a Pietro Giordani, 19 novembre 1819

“Sono così stordito del niente che mi circonda, che non so come abbia la forza di prender la penna (…) non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore. Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolor gravissimo; e sono così spaventato dalla vanità di tutte le cose, e della condizione degli uomini, morte tutte le passioni, come sono spente nell’animo mio, che ne vo fuori di me, considerando ch’è un niente anche la mia disperazione”.

Accompagnamento musicale: C. Debussy Il pleure dans mon coeur

Paolo Giordano
Contare i giorni, da “Il contagio”, Einaudi.

Ho appena ricevuto una mail. Dovevo partecipare a un convegno a Zagabria. L’idea era di riunire alcuni esponenti di discipline e paesi diversi, e cercare insieme un nuovo significato all’essere europei. Ora gli organizzatori m’invitano a «riconsiderare la mia partecipazione». Le autorità competenti sconsigliano la presenza di ospiti provenienti dalle aree a rischio e l’Italia è tra quelle, insieme a Cina, Singapore, Giappone, Hong Kong, Corea del Sud e Iran. Una strana combriccola. I G7 del contagio.
Mentre l’epidemia va avanti, ormai prossima ai centomila, io assisto allo sgretolamento del mio calendario. Marzo sarà diverso dal previsto. Aprile vedremo. È una sensazione strana di perdita del controllo, non ci sono abituato, ma nemmeno la contrasto. Non c’è uno solo di questi impegni mancati che non possa essere recuperato più in là, oppure perduto e basta, senza rimpianti. Siamo davanti a qualcosa di più grande, che merita la nostra attenzione e il nostro rispetto. Che esige tutto il sacrificio e la responsabilità di cui siamo capaci.
Molto in questa crisi ha a che fare con il tempo. Con il nostro modo di organizza-re, di torcere, di subire il tempo. Siamo in balia di una forza microscopica che ha l’arroganza di decidere per noi. Ci ritroviamo compressi e rabbiosi, come imbottigliati nel traffico, ma senza nessuno intorno. In questa stretta invisibile, vorremmo tornare alla normalità, sentiamo di averne il di¬ritto. D’un tratto la normalità è la cosa più sacra che abbiamo, non le avevamo mai dato questa importanza e se ci riflettiamo attentamente non sappiamo neanche bene che cos’è: è ciò che rivogliamo indietro.
Però la normalità è sospesa e nessuno può prevedere per quanto. Ora è il tempo dell’anomalia, dobbiamo imparare a viverci dentro, trovare delle ragioni per accoglierla che non siano soltanto la paura di morire. Forse è vero che i virus non hanno un’intelligenza, ma in questo sono più abili di noi: sanno mutare in fretta, adattarsi. Ci conviene imparare da loro.
Lo stallo in cui siamo avrà delle conseguenze smisurate – lavori persi, serrande giù, ingorghi in ogni settore, ognuno è già alle prese con le sue. La nostra civiltà può permettersi tutto fuorché di rallentare. Ma quello che accadrà dopo è un pensiero troppo complesso per me, non riesco ad afferrarlo, mi arrendo. Assumerò le novità quando verranno, una alla volta.

Nel Salmo 90 c’è un’invocazione che mi torna spesso in mente in queste ore:

“Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio”.

Forse mi viene in mente perché nell’epidemia non facciamo altro che contare. Contiamo gli infetti e i guariti, contiamo i morti, contiamo i ricoveri e le mattine di scuola saltate, contiamo i miliardi bruciati dalle borse, le mascherine vendute e le ore che mancano al risultato del tampone; contiamo i chilometri dal focolaio e le camere disdette negli hotel, contiamo i nostri legami, le nostre rinunce. E contiamo e ricontiamo i giorni, soprattutto quelli, i giorni che ci separano da quando l’emergenza sarà passata.
Ho però l’impressione che il Salmo voglia suggerirci un computo diverso: insegnaci a contare i nostri giorni per dare un valore ai nostri giorni. A tutti, anche a questi che ci sembrano solo un intervallo penoso.
Possiamo dirci che la Covid-19 è un incidente isolato, una disgrazia o un flagello, gridare che la colpa è tutta loro. Siamo liberi di farlo. Oppure, possiamo sforzarci di attribuire un senso al contagio. Fare un uso migliore di questo tempo, impiegarlo per pensare ciò che la normalità ci impedisce di pensare: come siamo arrivati qui, come vorremo riprendere.

Contare i giorni. Acquistare un cuore saggio. Non permettere che tutta questa sofferenza trascorra invano.

Salmo 90

Signore, tu sei stato per noi un rifugio
d’età in età.

Prima che i monti fossero nati
e che tu avessi formato la terra e l’universo,
anzi, da eternità in eternità, tu sei Dio.

Tu fai ritornare i mortali in polvere,
dicendo: «Ritornate, figli degli uomini».

Perché mille anni sono ai tuoi occhi
come il giorno di ieri ch’è passato,
come un turno di guardia di notte.

Tu li porti via come in una piena;
sono come un sogno.
Sono come l’erba che verdeggia la mattina;

la mattina essa fiorisce e verdeggia,
la sera è falciata e inaridisce.

Poiché siamo consumati per la tua ira
e siamo atterriti per il tuo sdegno.

Tu metti le nostre colpe davanti a te
e i nostri peccati nascosti alla luce del tuo volto.

Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua ira;
finiamo i nostri anni come un soffio.

I giorni dei nostri anni arrivano a settant’anni;
o, per i più forti, a ottant’anni;
e quel che ne fa l’orgoglio, non è che travaglio e vanità;
perché passa presto, e noi ce ne voliam via.

Chi conosce la forza della tua ira
e il tuo sdegno con il timore che t’è dovuto?

Insegnaci dunque a contare bene i nostri giorni,
per acquistare un cuore saggio.

Ritorna, Signore;
fino a quando?
Muoviti a pietà dei tuoi servi.

Saziaci al mattino della tua grazia,
e noi esulteremo, gioiremo tutti i nostri giorni.

Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti
e degli anni che abbiamo sofferto tribolazione.

Si manifesti la tua opera ai tuoi servi
e la tua gloria ai loro figli.

La grazia del Signore nostro Dio sia sopra di noi,
e rendi stabile l’opera delle nostre mani;
sì, l’opera delle nostre mani rendila stabile.

Accompagnamento musicale: George Crumb, Let it be forgotten

Eugenio Borgna
Il trauma collettivo, Rivista online “Vita e pensiero”

Cosa è avvenuto in questi mesi di profondo cambiamento della nostra vita con il nascere e con il dilagare della pandemia? Vorrei dire che alla genesi di quello che è ancora oggi un trauma collettivo abbiano concorso due cose: l’isolamento in casa, in casa di riposo, e in ospedale, e la paura, la paura del contagio, e la paura della morte. La violenza e la rapidità di diffusione della pandemia sono state tali da non consentire immediate modalità di prevenzione e di cura, che ne avrebbero limitate le conseguenze, e che, almeno nelle prime settimane di pandemia, sono state talora considerate inutili. Solo nel momento, in cui le televisioni e i giornali ci hanno fatto conoscere le immagini strazianti di persone, e non solo anziane, che morivano in una desertica solitudine, si è avuta la drammatica percezione della presenza di una malattia sconosciuta nella sua origine, imprevedibile nella sua evoluzione, e mortale. Sono improvvisamente cambiate le nostre abituali forme di comportamento, non essendo consentite nemmeno quelle più semplici e più gentili: come stringersi la mano, dare una carezza, avvicinarsi ad una persona amata, o amica.
La prima dimensione di quello, che è ancora oggi un trauma collettivo, è stata l’isolamento. Le sue conseguenze psicologiche sono state molto meno evidenti in chi sia stato incline al dialogo interiore e alla riflessione, alla meditazione e al raccoglimento, al silenzio e alla preghiera, che hanno dato un senso alla perdita delle relazioni sociali, alle quali è andata incontro la nostra vita.
Certo, nel modo di confrontarsi con il malessere, che è stato causato dall’isolamento, sono stati importanti (anche) l’età, e i luoghi, in cui si viveva: in grandi città, nelle loro periferie in particolare, o in piccole città, in case dagli spazi ampi, o in case dagli spazi angusti, che non consentivano riservatezza, e autonomia di comportamento.
Le settimane, in cui siamo stati in isolamento, possono esserci state di aiuto nel conoscere meglio la nostra vita interiore, i suoi limiti e i suoi confini, le nostre fragilità e la nostra sensibilità; ma possono essere state sorgente di angoscia, e di disperazione, di nostalgia, e di memoria del cuore, inaridendo le nostre attese e le nostre speranze, e creando le radici di un trauma collettivo che non si è spento nemmeno quando la pandemia è sembrata diminuire di intensità.
La seconda dimensione del trauma collettivo è stata quella della paura, della paura del contagio, e della paura della morte, che è scesa in noi. La morte si accompagna alla nostra vita in mille dolorose circostanze: la morte naturale, la morte causata dalle malattie, dagli incidenti, la morte volontaria; e ogni volta siamo chiamati a prenderne coscienza, sia pure nel dolore, nella disperazione, nella rassegnazione e nella preghiera. La morte, che gli schermi della televisione ci hanno fatto conoscere nelle settimane della più alta pandemia, è stata invece una morte lacerata nella sua dignità, e nella sua riservatezza, una morte slabbrata e reificata, una morte che giungeva non di rado in una condizione di atroce isolamento. Il silenzio della morte, la solitudine della morte, la dignità e la pietas della morte, non erano più presenti nelle immagini che scorrevano sugli schermi della televisione: l’umano torturato e sfregiato da qualcosa di radicalmente estraneo al senso della morte che è l’altra immagine della vita.
Cosa sopravvive oggi del trauma collettivo che nei primi mesi dell’anno dilagava nella nostra vita? L’isolamento lascerà in alcuni di noi tracce di ansia e di depressione, destinate nondimeno ad essere a mano a mano dimenticate, se la pandemia non rinascerà dalle sue braci; e l’angoscia della morte, di una morte così straziante, come quella che abbiamo conosciuta nella sua presenza e nella sua frequenza, non sarà lentamente dimenticata se non quando i contagi saranno divenuti insignificanti. Il pericolo di contagio è nondimeno ancora molto alto, e il compito, al quale siamo ovviamente tutti tenuti, è quello di seguire con estremo rigore le norme di comportamento, che ci sono imposte, senza nondimeno divenire prigionieri di un trauma collettivo, che ci renda estranei alla amicizia e alla solidarietà, alla accoglienza e alla ospitalità, alla gentilezza e alla tenerezza, e alla speranza.
La speranza è sembrata naufragare sugli scogli della solitudine, dell’angoscia, e della disperazione, che in queste settimane scendevano nei nostri cuori; ma dalla disperazione non può forse germogliare una nuova speranza che come un ponte mette in contatto la nostra speranza con quella di chi la abbia perduta?

Franco Arminio
L’orologiaio virus

Mettiamola così:
è venuto per farci mettere le mani
dentro di noi, guarda nel fondo
la bambola di polvere con cui non hai mai parlato,
guarda il padre che hai usato come una lancia,
guarda il figlio, guarda la tua famiglia
assieme a te imbucata nell’universo.
No, non è un’occasione che ci renderà migliori,
è qui l’orologiaio virus per aggiustare
il modo di segnare il tempo, e tu città vuota
impara a sentirti vuota e tu che giravi sempre
ora stai fermo per tre mesi,
e tutti a fare i conti con l’angelo e col demone
che portiamo dentro, tutti ora in casa
diventiamo contadini chini a coltivare
le nostre terre, chiusi nell’avventura umana
senza i soliti intrattenimenti,
chiusi nella vita di sempre
che è sempre stare alla vigilia della morte.
E allora non conta molto quello che ti aspettavi
ieri, quello che ognuno si aspetta da sempre,
conta imparare, prendere appunti in questi giorni
direttamente dal proprio cuore, dalla propria testa,
l’unico notiziario da ascoltare attentamente
è il nostro corpo e in questo ascolto c’è salute,
c’è la barriera ai mali piccoli, gli unici
che conosciamo, il male più grande non lo vedrà
mai nessuno, mai a nessuno sarà possibile
vivere l’inferno in questa terra, sempre ci sarà
una luce e ora ce ne sono tante, ora
stiamo morendo e stiamo guarendo,
era chiaro anche prima, ma ora è proprio
lampante e non è questione mondiale,
non facciamo proclami grandi, è questione
di come starai nella tua pancia, nelle tue costole,
di come aprirai la bocca a un’altra bocca
di come saprai unire bellezza e pietà.
Da questi giorni improvvisamente misteriosi
non avremo altra, più luminosa eredità.

Foto di Lorenzo Mascherpa

Alberto Galimberti
Credere in un tempo di stelle

Fervono ormai i preparativi di una veglia unica: sfilano istanti cruciali simili a rivelazioni su noi stessi.
Una catena di azioni scorta la vigilia del miracolo.
Prima, asciugare le lacrime, sfoderando il sorriso migliore.
Poi, accordare fiducia a una crepa stagliata su un fondo di tenebre, pertugio attraverso il quale fiottano zampilli di luce.
Quindi, rammentare che siamo schegge di meraviglia, promesse da esaudire, capolavori da portare a compimento.
Infine, sollevare lo sguardo, spingere la vista all’insù – occhi sgranati, labbra schiuse, capo inarcato – e contemplare lo sfavillio delle stelle.
È possibile, ha senso e aiuta.
La notte stellata calerà sul mondo: ammantata di fulgido splendore, puntuale e impeccabile come da millenni a questa parte, fastosa e solenne nella sua veste regale.
Avremo il coraggio di sostenerne la sguardo?
Sollevare lo sguardo, spingere la vista all’insù – occhi sgranati, labbra schiuse, capo inarcato – e contemplare lo sfavillio delle stelle.
Possibile? Dopo la pandemia, le morti, la sofferenza.
Ha senso? Dopo essere scivolati in una rabbrividente tragedia globale.
Conviene? Dopo la paura, l’angoscia, l’inquietudine.
Aiuta? All’indomani di un flagello di proporzioni catastrofiche e cieca violenza.
Di primo acchito, affiora una risposta risoluta: no.
Non è possibile, non ha senso, non aiuta.

Un tempo senza stelle ha spento il brillio della speranza sulla terra, teatro votato alla desolazione. È stato incalzato dall’imperversare di un nemico invisibile, capace di mietere vite a migliaia, recidere sogni in procinto di sbocciare, precipitare cuori nell’oscurità livida del dolore più atroce.
Il virus è entrato subdolo, virulento e letale in corpi, polmoni e pensieri. Insieme all’ululare delle ambulanze; allo stillicidio dei bollettini; al terrore acquartierato sull’uscio di casa; all’addio straziante senza la pietà di un saluto, il calore di mani intrecciate, il cordoglio religioso e civile di un commiato pubblico a testimonianza dell’impronta lasciata in quel lembo di comunità.
I governi hanno vacillato, l’economia è caduta in depressione, le borse sono crollate. Là dove le democrazie vantano una longeva e robusta storia di diritti e libertà, la politica ha annaspato, blindando la socialità dei cittadini e chiedendo loro un supplemento di responsabilità. Mentre, alle latitudini in cui abuso e terrore legittimano il potere, la politica ha strumentalizzato l’emergenza sanitaria e impresso una torsione autoritaria: negando il corso della pandemia e tacendo la verità
sulle vittime, esautorando i parlamenti e censurando la stampa.
Gli ultimi – infermieri, trasportatori, insegnanti, braccianti, cassiere, magazzinieri, librai – sono diventati i primi: nell’eccezionalità cantati alla stregua di eroi omerici, quando di norma sono derisi e dimenticati.
Un uomo, un gigante, vestito di bianco, in una San Pietro deserta e crepuscolare, ha scandito una verità scolpita nella pietra, ma rimossa per comodità e sventatezza: “Nessuno si salva da solo”. Siamo un’unica comunità di destino, ha tuonato Papa Francesco, scuotendo dal torpore l’anima di una società immemore, pervasa di narcisismo e individualismo ipertrofici: tanto ingorda di io quanto digiuna di noi.

Nessuno si salva da solo: un monito a guardare le stelle.
È possibile? Sì.
Come? Slegando il nodo dell’emozione, reggendo alla vertigine, rilasciando parole a lungo soffocate. Miriadi di luci a punteggiare la volta celeste, candide fessure incastonate in un soffitto nero, sono il loro approdo. Noi accoccolati lì sotto: il cuore in subbuglio, i sogni assiepati subito intorno, la presa in custodia dei sentimenti autentici.
Immaginando di ordire la trama dei giorni, riscrivere la partitura di un divenire incompiuto, bisognoso della nostra firma: siamo complici della creazione, nati per completarla.
Accogliendo la commozione sgorgata dalla nostalgia di chi non c’è più: rivolo di umanità che riga il viso, impasta il respiro, mantiene viva la memoria.
Ringraziando per il dono della vita che riprende a irrorare il mondo.

Ha senso rimirare le stelle? Sì. Benché adesso appaia un movimento solcato da mille contraddizioni: per mesi, siamo stati esposti all’imponderabile, invasi da un senso di impotenza, sgomenti davanti alla soglia dell’indicibile e torturati dalla preoccupazione per il domani.
Ha senso contemplare le stelle, gesto minuto che racchiude il mondo, perché la speranza, virtù teologale, non è il mero surrogato di un ottimismo pubblicitario e consumistico.
Piuttosto, la speranza nasce dal fondo della disperazione: rovescia la rassegnazione in fiducia, il vuoto in pienezza, il male in bene.

Da sempre le stelle suscitano fascino e annunciano epifanie.
Ammirare un velo blu ricamato di brillanti, conviene.
Essere percorsi da un fremito e avvolti in un mistero che affonda nei secoli, aiuta.
È vero: credere ora nella plausibilità di un tempo di stelle sembra un atto di fede stridente, combattuti come siamo per via di una scelta inappellabile, all’apparenza.
Vite stroncate, desideri frantumati, sofferenze lancinanti avvicendate con esistenze rinate, slanci rifioriti, gioie rinnovate.
Dopo i paesaggi distopici di città irriconoscibili, strade deserte, piazze mute, scuole e oratori evacuati, esistenze blindate, la natura inaccessibile là fuori, oltre finestre e balconi; credere, abitandola, nella vitalità entusiasta di luoghi pubblici, aule, cortili, ristoranti, vicoli, centri storici, campagne tornati brulicanti di persone e parole.
Credere, visitandola, nella bellezza struggente della quiete ristoratrice di una passeggiata in montagna; del frusciare carezzevole del vento fra le chiome; dei raggi spioventi del sole che allungano ombre sul sentiero; del gorgogliare tumultuoso dei torrenti; della distesa increspata del mare e del cullante sciabordio delle onde infrante sugli scogli; della parete di pioggia che scende copiosa, innaffia il terreno e tamburella sui tetti; dell’azzurro smagliante del cielo, del rosa morbido
dell’alba; del biondeggiare lussureggiante dei campi; delle lingue rosso fuoco che infiammano il tramonto screziandolo di striature dorate.

Fervono ormai i preparativi di una veglia unica: sfilano istanti cruciali simili a rivelazioni su noi stessi.
Una catena di azioni scorta la vigilia del miracolo.
Prima, asciugare le lacrime, sfoderando il sorriso migliore.
Poi, accordare fiducia a una crepa stagliata su un fondo di tenebre, pertugio attraverso il quale fiottano zampilli di luce.
Quindi, rammentare che siamo schegge di meraviglia, promesse da esaudire, capolavori da portare a compimento.
Infine, sollevare lo sguardo, spingere la vista all’insù – occhi sgranati, labbra schiuse, capo inarcato – e contemplare lo sfavillio delle stelle.
È possibile, ha senso e aiuta.
La notte stellata calerà sul mondo: ammantata di fulgido splendore, puntuale e impeccabile come da millenni a questa parte, fastosa e solenne nella sua veste regale.
Avremo il coraggio di sostenerne la sguardo?

Roberta Dapunt
Credo, da “La terra più del paradiso”, Einaudi

Credo nelle anime sante, nella loro indipendenza conquistata sui sensi di una preghiera.
Credo nel lamento di un uomo in agonia, inaccessibile silenzio degli ultimi istanti in una vita.
Credo nel lavaggio del suo corpo fermo, nel suo vestito a festa e nell’incrocio delle mani, testimoni di un battesimo confidato.
Credo nella gloria dei vinti.
Credo nelle loro carni piegate sotto le macerie, i loro respiri cessati.
Credo nelle distese di orti trasformati, dentro al loro recinto le ossa dei popoli ammazzati.
Credo nei miserabili che annegano alle porte d’Italia.
Credo in quelli che rimangono e il giorno dopo chiamiamo clandestini.
Credo nelle loro bambine vendute ai nostri piaceri, nella loro tristezza che sorride vittima di un rossetto ingrato.
Credo negli angeli senza ali, in quelli che a piedi nudi camminano dentro una fede. Credo nel mondo, quello fuori dalla vetrina in ginocchio a guardare dentro.
Credo nel colore delle pelli che indossa, negli occhi neri dei figli che perde affamati.
Credo nella verità delle madri e del loro amore.
Credo nella miseria e nell’umiltà di questi versi.
Credo nella bellezza e qui conviene fermarmi.

Accompagnamento musicale: Rachmaninoff, Zdes Khorosho

Accompagnamento musicale: Sometimes I feel a motherless child

Charles Péguy
La speranza bambina, da “Il portico del mistero della seconda virtù”, Medusa

La fede non mi stupisce.
Non è stupefacente.
Risplendo talmente nella mia creazione.
Nel sole e nella luna e nelle stelle.
In tutte le mie creature…
La carità va da sé. Per amare il prossimo c’è solo da lasciarsi andare, c’è solo da guardare una simile desolazione. Per non amare il prossimo bisognerebbe farsi violenza, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Riprendersi. La carità è tutta naturale, tutta zampillante, tutta semplice, tutta alla buona. È il primo movimento del cuore. È il primo movimento che è quello buono. La carità è una madre e una sorella…
Per non amare il prossimo, bambina, bisognerebbe tapparsi gli occhi e gli orecchi.
A tante grida di desolazione…
Ma la speranza, dice Dio, ecco quello che mi stupisce.
Me stesso.
Questo è stupefacente.
Che quei poveri figli vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina.
Che vedano come vanno le cose oggi e che credano che andrà meglio domattina.
Questo è stupefacente ed è proprio la più grande meraviglia della nostra grazia.
E io stesso ne sono stupito.
E bisogna che la mia grazia sia in effetti di una forza incredibile.
E che sgorghi da una fonte e come un fiume inesauribile.
Da quella prima volta che sgorgò e da sempre che sgorga.
Perché le mie tre virtù, dice Dio.
Le tre virtù mie creature.
Sono esse stesse come le mie altre creature.
Della razza degli uomini.
La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre.
La Speranza è una bambina da nulla.
Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso.
Che gioca ancora con babbo Gennaio.
Eppure è questa bambina che traverserà i mondi.
Questa bambina da nulla.
Lei sola, portando le altre, che traverserà i mondi compiuti.
Come la stella ha guidato i tre re fin dal fondo dell’Oriente.
Verso la culla di mio figlio.
Così una fiamma tremante.
Lei sola guiderà le Virtù e i Mondi.
Una fiamma bucherà delle tenebre eterne…
La piccola speranza avanza tra le sue due sorelle grandi
e non si nota neanche…
E non si fa attenzione, il popolo cristiano non fa attenzione
che alle due sorelle grandi.
La prima e l’ultima.
E non vede quasi quella che è in mezzo.
La piccola, quella che va ancora a scuola.
E che cammina.
Persa nelle gonne delle sue sorelle.
E crede volentieri che siano le due grandi che tirino la piccola per la mano.
In mezzo.
Tra loro due.
Per farle fare quella strada accidentata della salvezza.
Ciechi che sono che non vedono invece
Che è lei nel mezzo che si tira dietro le sue sorelle grandi.
E che senza di lei loro non sarebbero nulla.
Se non due donne già anziane.
Due donne di una certa età.
Sciupate dalla vita.
È lei, quella piccina, che trascina tutto.
Perché la Fede non vede che quello che è.
E lei vede quello che sarà.
La Carità non ama che quello che è.
E lei, lei ama quello che sarà.
Dio ci ha fatto speranza. Ha cominciato. Ha sperato che l’ultimo dei peccatori,
Che il più infimo dei peccatori lavorasse almeno un po’ alla sua salvezza sia pure poco, poveramente, che se ne sarebbe occupato un po’.
Lui ha sperato in noi, sarà detto che noi non spereremo in lui?
Dio ha posto la sua speranza, la sua povera speranza in ognuno di noi, nel più infimo dei peccatori. Sarà detto che noi infimi, che noi peccatori, saremo noi che non porremo la nostra speranza in lui?
Dio ci ha affidato suo figlio, ahimè, ahimè. Dio ci ha affidato la nostra salvezza, la cura della nostra salvezza. Ha fatto dipendere da noi e suo Figlio e la nostra salvezza, e anche la sua speranza stessa; e noi non riporremo la nostra speranza in lui?
Mistero dei misteri, che riguarda i misteri stessi,
Egli ha messo nelle nostre mani, nelle nostre deboli mani,
la sua speranza eterna,
Nelle nostre mani passeggere.
Nelle nostre mani peccatrici.
E noi, noi peccatori, non metteremo la nostra debole speranza
Nelle sue mani eterne?
Qual è questa virtù, questo segreto, che cosa occorre dunque che ci sia di così straordinario, nella penitenza, perché questo peccatore,
Perché uno valga cento, o insomma novantanove,
(Per contar giusto)
Perché questo peccatore valga altrettanto,
Perché questo peccatore, questo solo peccatore che fa penitenza valga altrettanto, rallegri, susciti tanta gioia nel cielo quanto novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza?
E perché questa pecorella smarrita dia tanta gioia al pastore,
Al buon pastore,
Che egli lascia nel deserto, in deserto, in un luogo abbandonato,
Le novantanove che non s’erano smarrite?
In cosa, qual è dunque questo mistero,
In cosa uno può valere novantanove?
Non sia tutti figli di Dio. Ugualmente allo stesso modo?
In cosa, come, perché una pecora vale novantanove pecore.
Bambina, bambina, lo sai, di che si tratta. È giusto questo?
È che era perita, e che è stata trovata.
È che era morta, e che è rivissuta.
È che era morta, e che è risuscitata.
Perché bisogna prendere tutto alla lettera, bambina,
Letteralmente come Gesù era morto ed è risorto di tra i morti,
Così quella pecora era perduta, così quella pecora era morta,
Così quell’anima era morta e dalla sua propria morte è risorta di tra i morti.
Essa ha fatto tremare il cuore stesso di Dio.
Del tremore del timore e del tremore della speranza.
Del tremore stesso della paura.
Del tremore di un’inquietudine
Mortale.
E in seguito, e così, e anche
Di ciò che è legato al timore, alla paura, all’inquietudine
Con un legame che non si può slegare, con un legame che non si può sfare,
Temporale, eterno, con un vincolo che non si può sfare
Ha fatto tremare il cuore di Dio
Del tremore stesso della speranza
Ha introdotto nel cuore stesso di Dio la teologale
Speranza.
Perché tutti gli altri Dio li ama in amore.
Ma quella pecora Gesù l’ha amata anche in speranza.
Bisogna prendere tutto alla lettera, bambina. Dio ha sperato,
Dio ha atteso da Lui.
Dio, che è tutto, ha avuto qualcosa da sperare, da lui, da quel
peccatore. Da quel nulla. Da noi. È stato messo, a questo
punto, si è messo a questo punto, in questa condizione da
aver da sperare, da attendere da quel miserabile peccatore.
Tale è la forza di vita della speranza, bambina,
La forza di vita, la promessa, la vita, la forza di vita e di promessa
che sgorga nel cuore della speranza…
Singolare virtù della speranza, singolare mistero, questa non è
una virtù come le altre, è una virtù contro le altre.
Prende in contropiede tutte le altre. S’addossa per così dire
alle altre, a tutte le altre.
E tien loro testa. A tutte le virtù. A tutti i misteri.
Le supera per così dire, va contro corrente.
Risale la corrente delle altre.
Non è una schiava, questa bambina è irriducibile.
Lei replica per così dire alle sue sorelle; a tutte le virtù, a tutti
i misteri.
Quando loro scendono lei sale, (è molto ben fatto,)
Quando tutto scende solo lei risale e così le doppia, le decuplica,
le allarga all’infinito.
Spaventosa libertà dell’uomo.
Noi possiamo far fallire tutto.
Noi possiamo essere assenti.
Non esser lì il giorno che veniamo chiamati.
Possiamo non rispondere alla chiamata
(Eccetto che nella vallata del Giudizio)
Spaventoso favore.
Possiamo mancare a Dio.
Ecco il caso in cui s’è messo,
Il brutto caso.
S’è messo nel caso di aver bisogno di noi.
Che imprudenza. Che fiducia.
Ben posta, mal posta, questo dipende da noi.
Che speranza, che testardaggine, che partito preso, che forza
incurabile di speranza.
In noi.
Che spoliazione, di sé, del suo potere.
Che imprudenza.
Che mancanza di previsione, di previdenza,
Di provvidenza
di Dio.
Noi possiamo far difetto.
Noi possiamo venir meno.
Noi possiamo non esserci.
Spaventoso favore, spaventosa grazia.
Colui che fa tutto si rivolge a colui che non può far nulla.
Colui che fa tutto ha bisogno di colui che non fa nulla.
E come noi suoniamo a distesa la nostra Pasqua,
A gran distesa,
Nelle nostre povere, nelle nostre trionfanti chiese,
Nel sole e il bel tempo del giorno di Pasqua,
Così Dio per ogni anima che si salva
Suona a gran distesa una Pasqua eterna.
E dice: ah, non m’ero sbagliato.
Avevo ragione d’aver fiducia in quel ragazzo.
Era una buona natura. Era di buona razza.
Figlio di una buona madre. Era un francese.
Ho avuto ragione di dargli fiducia.
Ugualmente i bambini. Quando andate a fare una spesa con i vostri bambini
Una commissione
O quando andate alla messa o ai vespri con i vostri bambini
O alla benedizione
O tra la messa e i vespri quando andate a passeggio con i vostri bambini
Loro vi trottano davanti come cagnolini. Vanno avanti, tornano
indietro. Vanno, vengono. Si divertono. Saltano.
Fanno venti volte il tragitto.
È perché in effetti non vanno da nessuna parte.
A loro non interessa andare da qualche parte.
Non vanno da nessuna parte.
Sono le persone grandi che vanno da qualche parte
Le persone grandi, la Fede, la Carità.
Sono i genitori che vanno da qualche parte.
Alla messa, ai vespri, alla benedizione.
Al fiume, nella foresta.
Ai campi, nel bosco, al lavoro.
Che si sforzano, che si agitano per andare da qualche parte
O anche che vanno a passeggio da qualche parte.
Ma i bambini quello che li interessa è solo fare la strada.
Andare e venire e saltare. Consumare la strada con le loro gambe.
Non averne mai abbastanza. E sentir crescere le loro gambe.
Loro bevono la via. Hanno sete della via. Non ne hanno mai abbastanza.
Sono più forti della via. Sono più forti della fatica.
Non ne hanno mai abbastanza
Corrono più in fretta della via.
Loro non vanno non corrono per arrivare. Loro arrivano per
correre. Arrivano per andare. Così è la speranza. Non
risparmiano i passi. Non ne verrebbe loro neanche l’idea.
Di risparmiare alcunché.
Sono le persone grandi che risparmiano.
Ahimè sono ben obbligate.
Ma la bambina Speranza non risparmia mai nulla.

Accompagnamento musicale:
Grieg, Arietta
O. Respighi, Quando nasceste voi

Il Santuario di Oropa all’alba in inverno.

Ernesto Oliviero
Tu ci sei

Sono convinto che tu ci sei
accanto alle persone che muoiono sole,
sole, con a volte incollato
sul vetro della rianimazione
il disegno di un nipote,
un cuore, un bacetto, un saluto.
Tu ci sei, vicino a ognuno di loro,
tu ci sei, dalla loro parte mentre lottano,
tu ci sei e raccogli l’ultimo respiro,
la resa d’amore a te.
Tu ci sei, muori con loro per portarli lassù
dove con loro sarai in eterno, per sempre.
Tu ci sei,
amico di ogni amico che muore
a Bergamo, in Lombardia, in ogni parte
del nostro tormentato paese.
Tu ci sei e sei tu che li consoli,
che li abbracci, che tieni loro la mano,
che trasformi in fiducia serena la loro paura.
Tu ci sei, perché non abbandoni nessuno,
tu che sei stato abbandonato da tutti.
Tu ci sei, perché la tua paura,
la tua sofferenza, l’ingiustizia della tua morte,
ha pagato per ciascuno di noi.
Tu ci sei e sei il respiro
di quanti in questi giorni
non hanno più respiro.
Tu ci sei, sei lì, per farli respirare
per sempre.
Sembra una speranza,
ma è di più di una speranza:
è la certezza del tuo amore
senza limiti.

Julián Carrón
Che cosa vince la paura? dal “Corriere della Sera” del 1 marzo 2020

Spesso viviamo come in una bolla, che ci fa sentire al riparo dai colpi della vita. E così ci possiamo permettere di andare avanti distratti, facendo finta che tutto sia sotto il nostro controllo. Ma le circostanze a volte scombinano i nostri piani e ci chiamano bruscamente a rispondere, a prendere sul serio il nostro io, a interrogarci sulla nostra effettiva situazione esistenziale. In questi giorni la realtà ha squassato il nostro più o meno tranquillo tran-tran assumendo il volto minaccioso del Covid-19, un nuovo virus, che ha provocato un’emergenza sanitaria internazionale.
Paradossalmente, però, proprio le sfide che la realtà non ci risparmia possono diventare il nostro più grande alleato, poiché ci costringono a guardare più in profondità il nostro essere uomini. In situazioni imprevedibili come quella attuale siamo infatti risvegliati dal nostro torpore e viene allo scoperto il cammino di maturazione che abbiamo fatto, la coscienza di noi stessi che abbiamo guadagnato, la capacità o incapacità di affrontare la vita che ci troviamo tra le mani. Le nostre piccole o grandi ideologie, le nostre convinzioni, perfino quelle religiose, sono messe alla prova. La crosta delle false sicurezze mostra le sue crepe.
Ognuno, senza distinzione, è chiamato in causa e coglie meglio chi è.

È in queste occasioni che si capisce che: «…la forza di un soggetto sta nell’intensità della sua autocoscienza» come diceva Luigi Giussani. La chiarezza con cui percepisce sé stesso e ciò per cui vale la pena vivere. Perché il nemico con cui ci troviamo a combattere non è il coronavirus, ma la paura. Una paura che sempre avvertiamo e che tuttavia esplode quando la realtà mette a nudo la nostra essenziale impotenza, prendendo in molti casi il sopravvento e facendoci a volte reagire in modo scomposto, portandoci a chiuderci, a disertare ogni contatto con gli altri per evitare il contagio…

Questo è il valore di ogni crisi, come ci insegna Hannah Arendt: «Ci costringe a tornare alle domande», fa emergere il nostro io in tutta la sua esigenza di significato. Vi è un profondo nesso tra il nostro rapporto con la realtà e la nostra autocoscienza di uomini. La domanda che sorge in questo momento, più potente di qualsiasi altra, è: che cosa vince la paura?

Forse l’esperienza più elementare di cui disponiamo in proposito è quella del bambino. Che cosa vince la paura in un bambino? La presenza della mamma. Questo metodo vale per tutti. È una presenza, non le nostre strategie, la nostra intelligenza, il nostro coraggio, ciò che mobilita e sostiene la vita di ognuno di noi. Ma – domandiamoci – quale presenza è in grado di vincere la paura profonda, quella che ci attanaglia al fondo del nostro essere? Non qualsiasi presenza. È per questo che Dio si è fatto uomo, è diventato una presenza storica, carnale. Solo il Dio che entra nella storia come uomo può vincere la paura profonda, come testimonia la vita dei suoi discepoli.

Come ha scritto Benedetto XVI nell’Omelia del 12 settembre 2006: «Solo questo Dio ci salva dalla paura del mondo e dall’ansia di fronte al vuoto della propria esistenza. Solo guardando a Gesù Cristo, la nostra gioia in Dio raggiunge la sua pienezza, diventa gioia redenta». Queste affermazioni sono credibili solo se vediamo qui e ora persone in cui si documenta la vittoria di Dio, la Sua presenza reale e contemporanea, e perciò un modo nuovo di affrontare le circostanze, pieno di una speranza e di una letizia normalmente sconosciute e insieme proteso in una operosità indomita.

Solo quando domina una speranza fondata siamo in grado di affrontare le circostanze senza fuggire, di spalancare veramente la ragione, per poter stabilire un rapporto razionale ed equilibrato con il pericolo e il rischio e anche usare la paura come strumento di lavoro. Altrimenti finiremo o per reagire convulsamente o per guardare tutto attraverso il buco della serratura della nostra misura razionalista, che alla fine è assolutamente incapace di liberarci dalla paura e di far ripartire la vita. Forse, allora, nessun compito è più decisivo che intercettare quelle presenze in cui si vede in atto una esperienza di vittoria sulla paura. Insieme a loro, lì dove le troviamo, si potrà più facilmente ripartire, risvegliandoci dall’incubo in cui siamo precipitati, ricostruendo pezzo dopo pezzo un tessuto sociale dove il sospetto e il timore del contatto con l’altro non siano l’ultima parola. Perfino l’economia potrà così riprendere il suo respiro. Che occasione può diventare il momento che stiamo vivendo! Una occasione da non perdere.

messe on line

Donata Doni
Non extinguetur in nocte

Accendi tutte le luci,
prepara tutte le fiaccole,
illumina la casa
della tua anima.
È notte, ma l’alba
è certa, vicina.
Potrebbe giungere
il tuo Signore
e chiamarti con una voce
che hai ascoltato fin da bambina.
Non si spenga
la tua lucerna,
alimentata con la lunga
pazienza del soffrire.

Accompagnamento musicale: F. Mendelssohn, Veni Domine

Papa Francesco
La Speranza cristiana

Oggi, a pochi giorni dal Natale, vorrei riflettere in modo più specifico sul momento in cui, per così dire, la speranza è entrata nel mondo, con l’incarnazione del Figlio di Dio. Lo stesso Isaia aveva preannunciato la nascita del Messia in alcuni passi: «Ecco la Vergine concepirà e darà alla luce un figlio, a lui sarà dato il nome di Emmanuele»; e anche «Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici». In questi brani traspare il senso del Natale: Dio adempie la promessa facendosi uomo; non abbandona il suo popolo, si avvicina fino a spogliarsi della sua divinità. In tal modo Dio dimostra la sua fedeltà e inaugura un Regno nuovo, che dona una nuova speranza all’umanità. E qual è questa speranza? La vita eterna.
Quando si parla di speranza, spesso ci si riferisce a ciò che non è in potere dell’uomo e che non è visibile. In effetti, ciò che speriamo va oltre le nostre forze e il nostro sguardo. Ma il Natale di Cristo, inaugurando la redenzione, ci parla di una speranza diversa, una speranza affidabile, visibile e comprensibile, perché fondata in Dio. Egli entra nel mondo e ci dona la forza di camminare con Lui: Dio cammina con noi in Gesù e camminare con Lui verso la pienezza della vita ci dà la forza di stare in maniera nuova nel presente, benché faticoso. Sperare allora per il cristiano significa la certezza di essere in cammino con Cristo verso il Padre che ci attende. La speranza mai è ferma, la speranza sempre è in cammino e ci fa camminare. Questa speranza, che il Bambino di Betlemme ci dona, offre una meta, un destino buono al presente, la salvezza all’umanità, la beatitudine a chi si affida a Dio misericordioso. San Paolo riassume tutto questo con l’espressione: «Nella speranza siamo stati salvati». Cioè, camminando in questo mondo, con speranza, siamo salvi. E qui possiamo farci la domanda, ognuno di noi: io cammino con speranza o la mia vita interiore è ferma, chiusa? Il mio cuore è un cassetto chiuso o è un cassetto aperto alla speranza che mi fa camminare non da solo, con Gesù?
Nelle case dei cristiani, durante il tempo di Avvento, viene preparato il presepe, secondo la tradizione che risale a san Francesco d’Assisi. Nella sua semplicità, il presepe trasmette speranza; ognuno dei personaggi è immerso in questa atmosfera di speranza.
Prima di tutto notiamo il luogo in cui nacque Gesù: Betlemme. Piccolo borgo della Giudea dove mille anni prima era nato Davide, il pastorello eletto da Dio come re d’Israele. Betlemme non è una capitale, e per questo è preferita dalla provvidenza divina, che ama agire attraverso i piccoli e gli umili. In quel luogo nasce il “figlio di Davide” tanto atteso, Gesù, nel quale la speranza di Dio e la speranza dell’uomo si incontrano.
Poi guardiamo Maria, Madre della speranza. Con il suo “sì” ha aperto a Dio la porta del nostro mondo: il suo cuore di ragazza era pieno di speranza, tutta animata dalla fede; e così Dio l’ha prescelta e lei ha creduto alla sua parola. Colei che per nove mesi è stata l’arca della nuova ed eterna Alleanza, nella grotta contempla il Bambino e vede in Lui l’amore di Dio, che viene a salvare il suo popolo e l’intera umanità. Accanto a Maria c’è Giuseppe, discendente di Jesse e di Davide; anche lui ha creduto alle parole dell’angelo, e guardando Gesù nella mangiatoia, medita che quel Bambino viene dallo Spirito Santo, e che Dio stesso gli ha ordinato di chiamarlo così, “Gesù”. In quel nome c’è la speranza per ogni uomo, perché mediante quel figlio di donna, Dio salverà l’umanità dalla morte e dal peccato.
E nel presepe ci sono anche i pastori, che rappresentano gli umili e i poveri che aspettavano il Messia, il «conforto di Israele» e la «redenzione di Gerusalemme». In quel Bambino vedono la realizzazione delle promesse e sperano che la salvezza di Dio giunga finalmente per ognuno di loro. Chi confida nelle proprie sicurezze, soprattutto materiali, non attende la salvezza da Dio. Mettiamoci questo in testa: le nostre sicurezze non ci salveranno; l’unica sicurezza che ci salva è quella della speranza in Dio. Ci salva perché è forte e ci fa camminare nella vita con gioia, con la voglia di fare il bene, con la voglia di diventare felici per l’eternità. I piccoli, i pastori, invece confidano in Dio, sperano in Lui e gioiscono quando riconoscono in quel Bambino il segno indicato dagli angeli.
E proprio il coro degli angeli annuncia dall’alto il grande disegno che quel Bambino realizza: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». La speranza cristiana si esprime nella lode e nel ringraziamento a Dio, che ha inaugurato il suo Regno di amore, di giustizia e di pace.

Accompagnamento musicale: Q. Latifah, I Know Where I’ve Been

Pablo Neruda
Speranza

Ti saluto, Speranza, tu che vieni da lontano
inonda col tuo canto i tristi cuori.
Tu che dai nuove ali ai sogni vecchi.
Tu che riempi l’anima di bianche illusioni.
Ti saluto, Speranza, forgerai i sogni
in quelle deserte, disilluse vite
in cui fuggì la possibilità di un futuro sorridente,
ed in quelle che sanguinano le recenti ferite.
Al tuo soffio divino fuggiranno i dolori
quale timido stormo sprovvisto di nido,
ed un’aurora radiante coi suoi bei colori
annuncerà alle anime che l’amore è venuto.

Accompagnamento musicale: Pietro Magri, Ave o vergine divina

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