Processione di Fontainemore

Il temporale del 1860 sulla via di Fontainemore

Il canonico di Sant’Orso di Aosta, don Marquis, racconta il nubifragio e la pioggia torrenziale che prese alla sprovvista i pellegrini di Fontainemore sul sentiero di ritorno da Oropa.

Don Marquis, il canonico della Collegiata di Sant’Orso ad Aosta

Don Marquis fu ordinato prete nel 1821, a ventitré anni, e negli otto lustri girò mezza Val d’Aosta, prendendosi cura delle anime dei suoi conterranei dal villaggio natìo a Cogne, da La Salle a Donnas, da Pré-Saint-Didier ad Aosta, dove divenne canonico della Collegiata di Sant’Orso (1837) e curato dell’antichissima chiesa di San Lorenzo, la parrocchiale del Bourg (1848). Mentre ai primi di agosto del 1860 intingeva il pennino nel calamaio per scrivere a don Pezzia, era arciprete da un anno, ma i suoi incarichi, per quanto non fosse più un giovanotto, non sarebbero finiti. Era stato tra i fondatori dell’Académie de Saint-Anselme (1855) e sarebbe diventato redattore del giornale L’Indépendant (1866-1867). Sarebbe mancato ai vivi nel 1878 (lo segnala Angelo Stefano Bessone nel suo “La porta di Aosta. Le clergé valdôtain au sanctuaire d’Oropa” uscito nel 2015). Dieci anni prima di morire, con il collega e amico Jean-Antoine Gal, avrebbe dato alle stampe “Vie de S. Ours archidiacre d’Aoste et fondateur de la collégiale de St-Pierre et de St-Ours”. Tutto questo dall’opera dell’abbé Duc, “Le clergé valdôtain de 1800 à 1870”, fonte di grande importanza, anche per la storia del Biellese.

C’è un brutto temporale da far passare. Dura da un po’ e si fatica a vedere il sereno oltre le nubi. Si potrebbe fare come il curato della Conca di pietra e l’agrimensore, della novella di Stifter, circondati dal buio, mentre fuori si scatena la forza degli elementi, guardando una candela. O con l’aiuto di una storia di un altro temporale, remoto, ma pure a lieto fine. C’è un racconto breve, in una lettera, conservata nell’Archivio di Oropa, che parla di una traversata delle montagne e di un sacerdote valdostano, che tramanda un acquazzone di rara intensità e che rievoca, in un francese non limpidissimo, ma espressivo, un mondo che non c’è più e del quale si sente un po’ la mancanza, anche se non lo si è mai sperimentato.

La lettera di Don Marquis al rettore di Oropa: il tremendo temporale sulla via di ritorno verso Fontainemore

L’8 agosto 1860, in quel di Fontainemore, il canonico di Sant’Orso d’Aosta Jean-Jacques Marquis scrisse al rettore di Oropa, canonico Bernardino Pezzia. “Dévant séjourner à Fontainemore un jour de plus, que je ne croyais pour assister ma soeur malade, j’en profite pour vous addresser deux mots”. Il mittente, all’epoca, aveva 62 anni. Era nato, infatti, il 1° gennaio 1798 proprio a Fontainemore, dove dimorava ancora una sorella, quella che, ammalatisi in quei giorni, lo aveva costretto suo malgrado a ritardare il ritorno ad Aosta. Quel giorno, nell’attesa della guarigione della sorella, le due parole per il canonico Pezzia riguardavano, “d’abord pour vous faire mes excuses de ce que j’ai oublié dans ma poche la clef de ma chambre n° 13. Je ne m’en suis apperçu que bien tard. Je l’ai remise à quelqu’un de Fontainemore qui doit dans peu aller à Oropa et qui vous l’apportera, en attendant veuillez avoir patience”. Una chiave della stanza tredici (chissà di quale galleria?) dimenticata in una tasca, le scuse, l’assicurazione di averla ceduta a qualcuno che, quanto prima, sarebbe tornato a Oropa per restituirla. E poi il vero motivo della missiva, con lo scrivente che si prendeva il gusto e il tempo di narrare come andarono le cose durante il rientro.

Sì, perché quel cammino di ritorno era stato quello dei pellegrini devoti che, periodicamente, compivano la traversata per recarsi a Oropa. Com’è documentato, proprio nel 1860, sotto la guida del parroco don Girolamo Jannel, i vallesani si erano portati al cospetto della Vergine Bruna (con tutta probabilità tra sabato 4 e domenica 5 agosto). E poi si fece il tempo di rientrare. Il chanoine si era unito alla sua gente, ai suoi parenti. “Nous allâmmes assez bien jusqu’au haut de la montagne, demi heure avant d’arriver sur notre territoire lors que voici éclater un orage des plus sinistres. C’etait une pluie à verse, melée d’une petite grêle et accompagnée d’un vent si violent que l’usage du parepluie devint impossible, il y en eut un bon nombre de brisés à commencer par celui de M. l’Archipretre”. Camminarono senza intoppi fino a mezz’ora prima di entrare in territorio valdostano poi, all’improvviso, scoppiò un temporale dei più cupi. Pioveva a dirotto, con la pioggia battente mista a grandine sottile. Ma il peggio era il vento. Così violento da rendere impossibile l’uso degli ombrelli. Molti furono rotti dalla furia delle folate, a cominciare da quello del Signor Arciprete Jannel. La cronaca degli eventi continua così, tra il dramma e la commedia: “Alors sauve qui peut les uns sous des abris que présente la montagne, mais ils en furent bientôt délogés par des ruisseaux d’eau qui coulaient de la montagne, d’autres s’accroupirent par terre sous leur parepluie, d’autres enfin continuèrent à marcher”. La scena si apre con il “Si salvi chi può!” e il fuggi fuggi generale. Quelli che si raccolsero sotto i ripari che offre naturalmente la montagna dovettero cambiare posto subito, perché dalle cime scrosciavano veri ruscelli. Quelli che si accucciarono allo scoperto, sotto i pochi parapioggia risparmiati dal diluvio. Quelli coraggiosi che, malgrado quell’ira d’Iddio, non fermarono il passo. Il tono neutro e non romanzesco conferisce al racconto una sua forza, una sua qualità, scevra da esagerazioni e inutili orpelli.

La fine del nubifragio e il ritorno a casa, a Fontainemore

L’orage dura du moins demi heure et dans l’espace d’un quart d’heure il ceda la place à un soleil des plus purs et assez chaud. La débandade dura à peu près une heure et enfin à un lieu ou l’on a coutume de se reposer un instant, on se rallia de nouveau, après quelque momens [sic] de repos on donna le signal du départ”. Come il nubifragio era cominciato d’un tratto, d’un tratto era cessato e il sole di agosto era ricomparso nella purezza dell’aria in quota, resa ancora più pura dalla pioggia. Lo sbandamento della comitiva durò un’ora e tutti si radunarono ove si era soliti prendere fiato. Si serrarono di nuovo le file e la colonna riprese la marcia. Don Marquis non mancò di sottolineare che “les chants recommencent et l’on marche en bon ordre jusqu’à l’Eglise sans que personne ait formulé une parole de mécontentement, et je ne crois pas que personne ait souffert”. I canti si alzarono per ritmare l’andatura, per attenuare la fatica. In quel ritorno a casa che nessuno avrebbe dimenticato, anzi che tutti avrebbero consegnato alle memorie delle future generazioni parlandone in famiglia, non vi furono lagnanze. Non c’era ragione per lamentarsi. Il buon Dio aveva disposto per quel temporale e non vi era motivo per non accettarlo per quel che era. E non si contarono perdite né ferite, il che, in montagna sferzati dall’uragano, non era affatto scontato. “Arrivés à Fontainemore nous étions tous secs, sains et saufs et svelts. Il a plu chez nous comme à Oropa et nos campagnes n’en réjouissent. Mais le matin nous n’avions ici que 9 dégrés de chaleur et sur les montagnes il y avait quelque chose audessous de zero”. L’ultimo tratto prima di giungere in paese aveva asciugato i processionanti. Tutti osservarono come quella pioggia avesse irrigato i campi della valle del Lys, soggetta da secoli a periodiche estreme siccità (come attestano gli ex voto alla Vergine Bruna). Quindi tutto è bene, quel che finisce bene, anche se l’aria era rinfrescata parecchio, fino a 9 gradi, mentre sulle alture la temperatura era scesa anche sotto lo zero. Un inizio di agosto da ricordare senz’altro.

Fontainemore in un’incisione di metà Ottocento: così appariva ai tempi di don Marquis

Una storia a lieto fine

Voila l’histoire de notre voyage. Enfin je dois vous remercier sincèrement de tous les bons offices de toutes les politesses qui vous avez prodiguées à notre procession et en particulier à nous autres qui l’avons accompagnée. Nos compatriots conserveront longtem [sic] le souvenir de l’excellente instruction de votre Colligié [sic], pour mon compte j’en ai été attaché jusqu’aux larmes, il ne nous rest qu’à mettre au pratique le Quaecumque dixerit vobis facite”. Ecco il resoconto di quanto accaduto. Di sicuro, a Oropa, visto come si era messo il tempo avranno temuto per la sorte dei fratelli vallesani in cammino verso casa. Il canonico di Sant’Orso si sentì in dovere di avvisare che tutto era andato per il meglio, anche se l’esperienza doveva essere stata piuttosto intensa. A Oropa erano stati accolti da ospiti di riguardo, colmati di gentilezze, soprattutto il clero che accompagnava i pellegrini. Tutti avrebbero conservato a lungo la memoria di quella processione (anche se l’ultima si era svolta solo due anni prima e la successiva si tenne due anni dopo, e poi nel 1865, quando lo stesso don Marquis tornò a percorrere lo stesso sentiero, sulle sue vecchie buone gambe). Tutti avrebbero messo in pratica gli insegnamenti ricevuti nel santuario, che nel chanoine ispirarono richiami evangelici. La Madonna disse ai servi di fare tutto ciò che Gesù avrebbe detto loro. Fu così che il vino non mancò alle nozze di Cana. “J’ai été bien honoré et au même tems [sic] confus de l’honneur qu’à bien voulu me faire le Révérend Chanoine Prorecteur qui a voulu me servir la messe. Je remercie aussi la bonne fille, et le serviteur de M.r le Recteur qui sont allés au devant de tous nos besoins. J’interprète le voeux de nos compatriotes en vous temoignant leur reconnaissance et leur profond [sic] souvenirs pour tous vos bienfaits”. C’era spazio anche per ringraziare chi gli aveva servito messa e il personale di servizio del santuario, che aveva lasciato onorato e confuso, fino alle lacrime dovute alla commozione dettata dall’affetto. “Monsieur Pezzia Docteur Académicien de Superga Chanoine Recteur du Sanctuaire de Oropa” ricevette la lettera tra il 10 e l’11 agosto. Il timbro postale di Pont-Saint-Martin è del 9, quelli di Torino e Biella del 10. Ecco una buona storia di montagna di una volta, di un’avventura senza nefaste conseguenze. Di un temporale che arriva, spaventa e poi lascia il cielo più terso di prima. Siamo ancora sotto la pioggia battente e stiamo cercando riparo, ma finirà. E avremo ancora amici, vecchi e nuovi, cui scrivere di questo nostro voyage, come fece don Marquis nel 1860.

Articolo di Danilo Craveia, pubblicato su Eco di Biella il 10 gennaio 2022

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