Madonna di Oropa

La statua della Madonna di Oropa

La Madonna di Oropa da sempre porta una corona che costituisce un corpo unico con la statua. E’ la Regina del Cielo.

Il primo “oggetto” da tenere in conto per parlare dell’Incoronazione non è la corona, ma la Statua. La Madonna è una Regina. Del Cielo, degli Angeli, della Pace, dei Martiri…: ogni regina porta corona e la Regina dei monti di Oropa non fa eccezione. Il Simulacro è coronato di suo, da sempre. La corona fa parte del manufatto originale e attesta la regalità di Chi ritrae.

Ha scritto don Delmo Lebole a proposito della prima Incoronazione (“Storia della Chiesa Biellese. Il Santuario di Oropa”, vol. II, Gaglianico 1998): “La Vergine aveva già una corona di legno dorato, che faceva corpo unico con la testa“. Il 30 agosto 2020, per la quinta volta, dopo quattro secoli dalla prima, si porrà una nuova corona su una “Statua di legno di cembro dipinto e dorato della Madonna di Oropa attribuibile a scultore valdostano operante nella seconda metà del sec. XIII”. Anche queste sono parole di don Lebole, che ha dedicato le pagine più equilibrate ed esaustive sul “mistero” di una scultura che da sette secoli rappresenta in effigie la Madre di Dio.

I biellesi si sentono da sempre suoi figli speciali, ma il rapporto filiale si è diversificato, senza corrompersi né snaturarsi, anche in una altrettanto speciale sudditanza. I nostri antenati del primo Seicento si sono ispirati a quanto avvenuto a partire dal 1592 a Santa Maria Maggiore in Roma all’icona della “Salus Populi Romani” (incoronata per primo da Clemente VIII), a Vicoforte di Mondovì e in altri santuari italiani, dove le statue (o le icone) delle Madonne andavano via via a ricevere sul capo segni inequivocabili della loro sovrana maestà.


Ma la Venerata Effigie oropea solo nell’ultima Incoronazione, quella del 1920, si è presentata al suo secolare appuntamento con questo aspetto. Avremmo forse incontrato qualche difficoltà a riconoscere la Statua per come appariva nel 1620 e, più ancora, nelle due edizioni successive. “Abbigliata” a seconda della situazione con paramenti preziosi, proverbialmente “carica d’ori” e gioielli, dorata quanto mai, perché gli occhi dei fedeli fossero abbagliati dalla preziosità di un “oggetto” che quasi aveva perso le sue fattezze primigenie.

La prima raffigurazione dell Madonna di Oropa del 1621

Il legno di cembro, ovvero di cirmolo, ossia della conifera dura e resistente su cui l’ignoto artista valdostano operò con scalpelli e sgorbie, si intuiva sempre meno e si scuriva sempre di più. Dapprima chiaro (probabilmente mai davvero bianco, magari pallidamente ambrato), poi sempre più “di color bruno, mà per l’antichità. et fumo” (così ha testimoniato Bassiano Gatti nella sua “Breve relazione” del 1621). Le tinte che dall’artista, o da qualcuno dopo di lui, erano state posate sui particolari del volto, come le labbra, a conferirLe l’incarnato della “umanità”, furono ben presto coperte dalle esalazioni delle candele, e poi dalla vernice. Fino a trasformare la pelle in ebano.

Quella coloritura è ormai traccia d’antichità e caratteristica propria nel nostro Simulacro. Le cromie (ri)svelate dai restauri del 1910 ci hanno consegnato la versione più vera della Madonna di Oropa, una vetusta Signora di 1,32 metri di statura ai cui piccoli piedi calzati di rosso si sono prostrate generazioni di “divoti accorrenti”.

Danilo Craveia, archivista del Santuario di Oropa

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