Meno gabelle per l’Incoronazione del 1721

Il Re Vittorio Amedeo II decise, per decreto, di diminuire le gabelle per favorire le persone meno abbienti.

La devozione, soprattutto quella forte e spontanea del popolo, supera tutto. Scavalca le montagne, attraversa i mari, non teme avversità. Tuttavia, accanto a tanti fervorosi, sussiste sempre qualcuno più tiepido che va convinto a mettersi per la via. Il lato economico è quello sensibile per molti, quindi un po’ di economia in prospettiva può indurre a vincere iniziali titubanze, anche in quei biellesi che appaiono un po’ più… “biellesi” di altri.

Ironia a parte, la maggior parte dei pellegrini delle Incoronazioni era povera, o non abbiente, e per quella grande massa di persone devote il costo del viaggio non era un dettaglio, pur affrontandolo con l’animo di ridurre al minimo qualsivoglia spesa.

Dal 1620 a oggi, il grande miracolo delle Incoronazioni è che si siano svolte con così rilevante concorso. Non si è mai trattato di eventi destinati all’élite, ma aperti a tutti. Anzi, la Madonna d’Oropa voleva abbracciare più stretti i suoi figli più poveri e ogni idea per poterli favorire nell’avvicinarsi al Sacello, per quanto prosaica potesse sembrare, era giusta, quando non provvidenziale.

Il vitto rappresentava senz’altro un problema. Chissà quanti avranno raggiunto Oropa con tutto ciò che poteva consentire il massimo del risparmio, ma era impossibile vivere i giorni dell’Incoronazione senza spendere un soldo. E poi c’era il giusto profitto di coloro che vivevano, già in allora, del cibo servito e delle bevande vendute. Occorreva un intervento “mediano” che aiutasse i fedeli e che non penalizzasse gli esercenti. Così si pensò di diminuire le gabelle. Meno tasse su carne e foglietta, ovvero il vino da mescita, potevano, se non far abbassare i prezzi, almeno non farli aumentare per approfittare della situazione.

Il 20 agosto 1720, a una settimana dalla Seconda Incoronazione, un regio decreto di Vittorio Amedeo II, Re di Sardegna da pochi mesi (dopo essere stato per sette anni Re di Sicilia), stabilì “l’esenzione delle Gabelle à quelli che faranno Hosteria et ammazzeranno Bestie ne luoghi espressi nella suplica presentata dalla Congregazione dell’Oropa”. Gli osti e i macellai autorizzati dall’Amministrazione del Santuario di Oropa, che aveva inoltrato apposita istanza, non avrebbero pagato il dazio.

Nel territorio compreso tra la cappella di San Giuseppe del Favaro (l’attuale chiesa parrocchiale) e Oropa, per gli otto giorni dedicati alle celebrazioni dell’avvenimento secolare, il costo di produzione e di commercializzazione di quei due beni primari (vien da pensare senz’altro di più il vino, ma se fu inclusa anche la macellazione della carne ci saranno state buone ragioni) sarebbe stato potenzialmente inferiore al solito perché esente dal Dacito.

Nel testo del dispositivo emanato da Torino con firma De Saint Laurent per il Generale di Finanze (una copia sottoscritta da Vittorio Gromo conte di Ternengo è conservata nell’Archivio del Santuario di Oropa) è esplicitato che “tal grazia non venghi fatta à benefficio degli hosti, et macellari, né pur à favore di detta Congregazione, ma unicamente à utilità, et vantaggio delle persone divote che concorreranno all’imminente solenità”.

Di sicuro il fisco regio non andò in bancarotta per cotanta magnanimità e, al di là delle prevedibili violazioni della norma (per quanto il decreto imponesse una severa vigilanza onde evitare che fosse un’iniziativa inutile), il risultato effettivo sul campo dovette essere pressochè impercettibile, ma resta un segno di attenzione e uno sforzo (minimo) di buona volontà della pubblica amministrazione e di generale disponibilità per andare incontro ai più deboli. Ci sono mille modi per replicare, aggiornato, un simile intento senza penalizzare gli odierni “hosti, et macellari” e senza far gravare sulla attuale Congregazione l’onere di una sebbene piccola facilitazione. C’è tempo per pensarci in vista della imminente solenità.

A cura di Danilo Craveia, archivista del Santuario di Oropa.

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