I pittori dell’Incoronazione

Tra i pittori delle Incoronazioni ci sono personaggi noti e meno noti. Grazie all’archivio del Santuario, riscopriamo la loro storia…

La storia delle Incoronazioni è anche grande storia dell’arte. Gli appuntamenti secolari di Oropa hanno attirato, come è noto, celebri architetti, famosi pittori, rinomati decoratori e scultori.

In occasione della seconda Incoronazione, quella dell’ultima domenica di agosto del 1720, oltre all’immortale architetto abate cavalier Filippo Juvarra, furono chiamati a partecipare all’allestimento dei festeggiamenti anche tanti maestri artigiani e veri e propri artisti del pennello come l’andornese Giovanni Galliari (padre del più celebre Bernardino), dello scalpello come il biellese/zumagliese Pietro Giuseppe Auregio Termine (Galliari e Auregio Termine lavorarono insieme anche nelle cappelle del Sacro Monte) e della tappezzeria come il torinese Giovanni Battista Triulzo, attivo anche a corte.

L’apparato scenografico per innalzare e incoronare la Madonna d’Oropa fu opera notevole, per gusto e raffinatezza, tra allegoria e simbologia cristiana. A maggior ragione, per realizzarla, si cercò di avere il meglio sulla piazza. Si selezionarono differenti candidati e la Storia tende a tramandare solo coloro che riuscirono vincitori lasciando la loro firma. Ma le Incoronazioni sono anche un momento di “rivincita”. Beati gli ultimi! In questo caso, gli ultimi sono i dimenticati, quelli che rischiano di scomparire nel tempo, senza traccia, o quasi. Quelli che anche gli archivi obliano, o quasi. A distanza di tre secoli, rievochiamo i loro nomi e diamo loro un po’ di “immortalità”, o quasi. Gli studiosi di Oropa li conoscono, ma quelle figure non sono esattamente note a tutti. Si tratta, nello specifico, di cinque pittori forestieri che “sfiorarono” la Vergine Bruna, ma furono esclusi a favore dell’autoctono Galliari.

I pittori “esclusi” dell’Incoronazione

Il canonico Trompetto li cita nella sua “Storia del Santuario di Oropa” senza aggiungere nulla ai nominativi. Il primo è un certo Pozzi, quasi sicuramente torinese. Due fratelli Pozzi, Giovanni Pietro e Pietro Antonio, che dipingevano in quel periodo, specialmente nelle chiese. Qualche anno dopo li si trova impegnati nella decorazione pittorica della chiesa di San Francesco d’Assisi, mentre proprio nel 1720, Pietro Antonio Pozzi lavorava per concludere gli affreschi della Camera del Re nel Castello di Rivoli. Ben più in là negli anni, nel 1749, gli stessi fratelli Pozzi erano ancora attivi ad Asti, presso la chiesa di San Martino. Spesso affiancarono il più conosciuto Michele Antonio Milocco, che fu apprezzato anche nel Biellese (Santuario di Graglia). Uno dei fratelli Pozzi, non si sa quale, aveva chiesto 1.700 lire per il suo ingaggio, più le trasferte (ma avrebbe pagato di tasca sua i materiali), ma non bastò per convincere i suoi potenziali committenti.

Altri due fratelli, Giovanni Andrea e Giuseppe Fabrizio figli di Giovanni Battista Grattapaglia del Carretto (o del Garetto), si proposero per lo stesso lavoro. Giuseppe Fabrizio era un discreto pittore, ma anche un medico. Giovanni Andrea era più giovane di qualche anno, ma era forse il più talentuoso. Tanto da essere documentato nei cantieri di Palazzo Carignano e della reggia di Racconigi nel primo Settecento. Con loro si fece avanti Francesco Maria Bianchi di Velate. Nato attorno al 1689, originario del borgo varesino (dove morì nel 1757), figlio del pittore Salvatore, “risulta figura remotissima, sconosciuta agli stessi specialisti del Settecento lombardo-milanese, i quali lo citano con l’avvertenza di non confonderlo con i numerosi omonimi attivi tra Varese e Milano: suo padre Salvatore, Isidoro, Francesco e Federico Bianchi, i quali tutti vengono frequentemente citati semplicemente come “cav. Bianchi“. Compare sovente accanto al padre, da Orta San Giulio a Bergamo, da Arona a Como, ma anche nei palazzi Falletti di Barolo e Trucchi di Levaldigi a Torino. Sua la volta della chiesa di San Cristoforo di Vercelli.

In ultimo, il bolognese Giovanni Battista Rocca. Di lui si sa pochissimo. Fu “spinto” dal potente conte Baldassarre Saluzzo di Paesana e non potè essere ignorato. Tanto che fu invitato a Biella per vedere “partiti fatti (cioè le offerte degli altri, n.d.a.) affine di proporre il suo”, non proprio una procedura cristallina… L’artista era comunque un virtuoso, e le meridiane dipinte sulla facciata del palazzo del Collegio dei Gesuiti di Mondovì verso il 1716 erano sicuramente una buona referenza. Tuttavia, il talento e le raccomandazioni non bastarono.

Chissà se la storia delle Incoronazioni sarebbe stata diversa se uno di loro avesse preso il posto del Galliari? Difficile dirlo. Ma almeno adesso sono un po’ meno dimenticati di prima. Beati gli ultimi!

A cura di Danilo Craveia, archivista del Santuario di Oropa

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