Madonna di Oropa Incoronazione 1720

Juvarra e l’Incoronazione del 2020

Juvarra, il grande architetto messinese, realizzò la “magnifico apparato” per l’Incoronazione della Madonna di Oropa del 1720

Non c’è più traccia, se non in un disegno, dell’opera del celebre architetto messinese per la Seconda Incoronazione. Ma esiste anche una preziosa testimonianza di quella prestigiosa attività professionale nelle pagine del canonico Beltramo dedicate a quanto avvenne nel 1720.

Mentre la comunità biellese si occupava di ampliare la strada per salire a Oropa, “lo zelo de’ Signori Direttori del Sacro Monte, chiamava tutti i pensieri a consulta, per avere da qualche Architetto famoso l’Idea d’un magnifico apparato, che potesse contentare la divota curiosità dell’aspettato concorso”. Si trattava di fare la miglior figura possibile, quindi “determinarono di pregare, come pregarono l’Illustrissimo Signor Abate, e Cavaliere D. Filippo Juvara Ingegnere di Sua Sacra Real Maestà, ed Architetto di primo grido”. Così il grande Juvarra si portò a Oropa “e visitato il sito, e prese le necessarie misure, non potendo quivi trattenersi più lungamente promise di mandare fra pochi giorni ben digerita, e regolata secondo l’arte l’Idea dell’apparato”.

Juvarra era un’archistar e non poteva di certo soggiornare a lungo quassù, ma mantenne la promessa. E il canonico Beltramo, all’epoca rettore di Oropa, chiosò che “la perfezione d’un opera dipende in primo luogo dalla perfezione del dissegno; questa è la guida fedele, che indirizza con sicurezza l’artefice nel periglioso cimento d’una Intrapresa”.

La “machina” per l’Incoronazione doveva essere grandiosa e solenne, ma non poteva mancare di essere anche “didattica”. Doveva spiegare e spiegarsi, quindi servivano illustrazioni e testi esplicativi. Lo stesso don Beltramo ebbe un ruolo attivo in quel senso. Così annotò, con malcelato orgoglio, che “le Iscrizioni, e geroglifici sono la pompa più decorosa dell’apparato”, e pur considerando tanta responsabilità, “fù appoggiato il carico de’ geroglifici, ed Iscrizioni alla mia debolezza”. Quindi il cronista non fu estraneo al buon esito dell’operazione, con la sua creatività letteraria.

Ma il protagonista restava lui, l’abate Juvarra. Quando arrivò il progetto da Torino, subito i “committenti” si resero conto di avere di fronte un capolavoro. D’altro canto, i suoi lavori erano “graditi non in Piemonte, e nell’Italia, ma eziandio nella Germania, e nella Francia, in Portogallo, e Inghilterra”. Per la “pontual esecuzione dell’applaudito dissegno”, visto che il tempo stringeva, si fece prontamente “la provisione di grandissima quantità di legnami, tavole, ferri, chiodi, ordegni, e tele, che si vedeva necessaria per la costruzione degli Archi Trionfali, e delle machine dissegnate”. Gli archi furono disposti alle entrate del santuario per accogliere i fedeli in una “nuova” Oropa, ossia nella scenografia nobilitata dal genio siciliano.

La struttura avrebbe innalzato la Statua e avrebbe stupito, e stupì ancor prima della celebrazione, perché, malgrado l’ampiezza del cantiere la “grande Impresa si condusse ancora per tempo contro l’espettazione del Mondo al suo ragionevole fine”, ossia fu terminata sorprendentemente in anticipo. I tanti operai lavorarono bene, e ben diretti, e “tutto con sì bell’ordine, sollecitudine, e maestria, che senza interrompere l’uno l’applicazione dell’altro riuscirono tutti con maraviglia dell’arte nella perfezione del respettivo lavoro, e fù compito l’apparato, che dopo d’aver avuto tributaria d’applausi l’ammirazione de’ concorrenti rende stupida l’attenzione sin della penna, che prende per ubbidienza l’assunto di abbozzarne l’Idea”. Tutto andò per il meglio. Nessuno si fece male. E il risultato fu tale che anche lo scriverne, per quanto fosse un atto dovuto, avrebbe reso poco onore al progetto di Filippo Juvarra.

Danilo Craveia, archivista del Santuario di Oropa

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